cinquantanove minuti.
storia di una nave e di un'altra nave molto più grossa.
Poche cose, ad essere onesti, mi fanno venire le palle alle ginocchia come tutto ciò che è pensato per spaventarmi. Questo non perché sono un grande e figuriamoci se mi spavento per qualcosa, ma piuttosto il contrario: vivo in un terrore costante, urgente e totalizzante. Di cose reali, però: delle malattie, dei soldi, della lontananza, che un cretino di 17 anni fuori da un locale mi dica che sembro un coglione e dopo che gli ho risposto “ah sì? e come lo metti il fatto che abbia una newsletter mediamente seguita su Substack?” lui mi infili 7 centimetri di lama nel costato, della sigla di Chi l’ha visto. Vivo in un mondo fatto di paure tangibili, e per questo motivo non mi sono mai accollato di avere paura per piacere, dopo cena, sul divano, con un film. Oltre a ciò, mi manca completamente la proiezione fantasiosa di cosa farei io. Cosa faresti, se domani ci fosse un’apocalisse zombie? E cosa, se ti entrasse un serial killer vestito da clown in casa? Troverei la soluzione più veloce e meno dolorosa per ammazzarmi e non dover avere a che fare con quella situazione, ovviamente. Ma che domanda è?
Credo sia una più generale ossessione per la genuinità. Mi capita anche con l’aria condizionata, che io generalmente aborro in quanto “aria finta” che mi farà ammalare. Vi racconto questo per portarvi a spasso in un cervello che fa mezzo ride, non per avere ragione: lo so che un condizionatore raffredda aria calda che ha aspirato dallo stesso ambiente, come lo so che i film di paura sono strutturati su paure vere, verissime, ancestrali o contemporanee, sociali o naturali. Ci ripensavo recentemente, mentre leggevo una roba sul Godzilla di Ishirō Honda, quello del 1954, e di tutti i simil-Godzilla venuti dopo di lui (in giapponese si chiamano kaijū, “bestie strane”). Magari il collegamento non è immediato, ma è abbastanza facile credere che un mostro irradiato che emerge dal mare per seminare distruzione in Giappone debba la sua origine al caso del Lucky Dragon 5, quando un peschereccio giapponese si trovò a navigare nella zona riservata ai test nucleari americani nei pressi dell'atollo Bikini, e il suo equipaggio fu esposto a quantità massicce di radiazioni. Come potete immaginare, nell’arco di meno di 10 anni il Giappone aveva raccolto una serie di validi motivi per temere il nucleare.
Honda dopotutto era del 1911, e aveva 34 anni quando da un campo di prigionia cinese (hell yeah) scoprì che Hiroshima e Nagasaki erano diventate il bersaglio di un bombardamento atomico. "Se Godzilla fosse stato un dinosauro o un altro animale, sarebbe bastata una sola cannonata per ucciderlo. Ma se fosse stato l'equivalente di una bomba atomica, non avremmo saputo cosa fare. Così ho preso le caratteristiche della bomba atomica e le ho applicate a Godzilla”, disse il regista in un’intervista. Il punto è che questo è vero, ha senso, ma è anche tutto sommato un fattore secondario. Anche senza il Progetto Manhattan, Henry Stimson, la lezione imparata dalla battaglia di Okinawa (solo un pazzo invaderebbe il Giappone) e l’Enola Gay, Godzilla ci avrebbe fatto paura. Sono le cose più grandi di noi che ci fanno questo effetto: in uno studio sulla correlazione tra altezza e dominanza, Thomas Pollett della VU University di Amsterdam nota che “diverse ricerche suggeriscono che gli individui più alti possano avere maggiore forza fisica, migliori capacità combattive e siano in grado di generare una forza d’impatto superiore rispetto agli individui più bassi. Le persone più alte sono inoltre percepite come più potenti e più forti. Vale anche il contrario: gli individui percepiti come più potenti vengono stimati come più alti”. L’antropologo statunitense Marshall Sahlins, che ha lavorato molto in Polinesia e Melanesia, ha ribadito molte volte come in quelle società ci si riferisca ai leader politici come “big men”, e che spesso questi siano anche nei fatti degli uomini fisicamente grandi.
Per questo un “gigante buono” non è normale, e la sua rarità ha imposto la coniazione di un’espressione specifica. Per questo Giacomino della fiaba Giacomino e il fagiolo magico visse felice e contento solo quando il gigante si schianta al suolo inciampando su un tronco, e per questo Ivan Drago è notevolmente più grosso di Rocky in Rocky IV, e lo guarda dall’alto verso il basso mentre dice di volerlo spezzare in due. Più una cosa è grande, più ci fa paura (o dovrebbe farcela), e più una cosa è grande, meno dovremmo essere inclini a combatterla: non finirà bene per noi, verosimilmente. E per questo la storia di cosa fece il 25 maggio 1941 l’ORP Piorun, un cacciatorpediniere di Classe N polacco attivo nella Seconda guerra mondiale, non è una storia di una battaglia navale: è la storia di una cosa che non sarebbe dovuta succedere, ma è successa lo stesso.
Prima il contesto però, ovvero la cosiddetta “caccia alla Bismarck”. La Bismarck non è Otto von Bismarck che dopo essersi decostruito ora usa she/her (dargli la caccia a quel punto sarebbe davvero di cattivo gusto), ma quella che al tempo era la nave da guerra più grande al mondo: una corazzata della marina tedesca pesante 51 tonnellate, lunga 251 metri e larga 36. Pochi giorni prima dei nostri fatti, il 24 maggio del 1941, la Bismarck si ritagliò un capitolo tutto suo nella storia della guerra fatta sull’acqua: durante la battaglia dello Stretto di Danimarca incontrò per la sua strada la HMS Hood, un incrociatore da battaglia britannico reputato il fiore all’occhiello della marina di Londra (oltre alla seconda nave da guerra più grande al mondo, dopo la Bismarck stessa), e gli piantò un colpo da 380 mm nel deposito dove gli inglesi tenevano i colpi da 102 mm. Una serie di esplosioni coinvolse diversi depositi a bordo, fino a quando non ci furono più depositi e non ci fu più nemmeno la HMS Hood.
L’affondamento della Hood fu per la Bismarck un successo strepitoso, che la fece assomigliare più ad una leggenda che a una nave vera e propria. Significò anche un giramento di coglioni notevole per la Home Fleet, la marina britannica, che giurò vendetta: iniziava quindi una caccia disperata per rintracciare e affondare la Bismarck, un’operazione che in varie fasi avrebbe coinvolto una cinquantina di navi militari. Da vendicare non era solo una nave, ma l’orgoglio di una nazione che vedeva andare a fondo una convinzione sulla quale per secoli si era strutturata l’identità nazionale: avere la miglior marina del mondo. Diverse testimonianze riportano anche la reazione di Winston Churchill alla notizia: “Non mi importa come, ma dovete affondare la Bismarck”. Eh, va bene, cosa ti devo dire.
Una delle cose che mi piacciono di più della Storia è che la parabola delle cose importanti avviene contemporaneamente a quella delle cose non importanti, e poi quando siamo fortunati queste due parabole si incontrano e non è per niente scontato che la cosa importante sia più importante di quella non importante. Un annetto prima dell’affondamento della Hood, nasceva la Piorun: cacciatore della Classe N, come dicevamo, tocca l’acqua per la prima volta nei cantieri di Clydebank nella Scozia centro-occidentale e dopo un’estate in compagnia di marinai britannici viene ceduta alla marina polacca. A Varsavia qualcuno ha l’idea di chiamarlo Piorun, che significa fulmine. Prima e unica analogia tra questa storia e la parabola di Saetta Mcqueen in Cars.
Un anno dopo, il 25 maggio 1941 — il giorno successivo all’affondamento della Hood — ritroviamo la Piorun a dare la caccia alla Bismarck. Era insieme alla Cossack, alla Maori, alla Sikh e alla Zulu, quando l’ammiraglio Philip Vian decise di rimuoverla dall’incarico di scortare un convoglio di truppe partito da Glasgow per mandare lei e il suo comandante Eugeniusz Pławski alla ricerca della nave più grande e temuta al mondo. Dopo poche ore, la notizia che verosimilmente i marinai polacchi non avrebbero mai voluto sentirsi dire: l’abbiamo trovata — la Bismarck è lì, e ora andiamo a prenderla. Letteralmente: in Killing the Bismarck sembra quasi che Vian per un secondo pensi ad una missione suicida di Pławski, dato che si stava avvicinando pericolosamente al gigante tedesco. Pławski non voleva morire, voleva solo assicurarsi di rendere evidente la realtà: una volta arrivato abbastanza vicino, segnalò con delle luci verso la Bismarck la frase “io sono una nave polacca”. Iain Ballantyne, l’autore di Killing the Bismarck, scrive che “questo fece sapere alla nave nemica, che aveva iniziato la sua sortita da un porto della Polonia occupata, che la nazione devastata e conquistata dai nazisti nel settembre 1939 non avrebbe lasciato impunito quell’atto”.
Poi, come come se il “posto” delle cose e il buon senso non esistessero — così come il rapporto di 1:21 tra i pesi effettivi delle due navi, 1:2 per la lunghezza, 1:3 per la larghezza e 1:10 per l’equipaggio —, la Piorun ingaggia battaglia con la Bismarck. Per 59 minuti (un numero perfetto anche questo, fermo sul ciglio della finitezza) un piccolo cacciatorpediniere polacco ha ingaggiato battaglia e scambiato bordate con una delle navi da battaglia più temute della storia, prima di doversi ritirare per il semplice fatto di aver finito la benzina. 59 minuti nei quali una nave da poco più di duemila tonnellate ha tenuto testa a una da 51mila tonnellate.
59 minuti dove nessuna delle due navi riesce a colpire l’altra, con la Piorun impegnata in costanti manovre a zigzag ma che si rifiuta di lasciare l’area di vulnerabilità, perché questo avrebbe voluto dire perdere il contatto con il colosso tedesco e non potergli sparare i suoi cannoni da 120mm che nella migliore delle ipotesi avrebbero solo scalfito la corazza della Bismarck. Poi, come dicevo, rotta invertita perché non c’era più benzina. I marinai della Piorun, degli uomini coraggiosi senza la cattiva abitudine di dover trovare un senso alle cose che fanno, non saranno lì quando la Bismarck affonderà dodici ore dopo il loro avvistamento. A quel punto infatti la Bismarck, con il timone bloccato da una silurata, poteva solo procedere lentamente. Alle 8:43 del mattino la Home Fleet la avvistò di nuovo, alle 8:47 la Rodney aprì il fuoco seguita dalla King George V, e in meno di un'ora la Bismarck fu zittita per sempre: l'ultima torre sparò alle 9:31. Seguì un martellamento da distanza ravvicinata con circa 300 colpi a segno da parte dei britannici. Poi, i siluri del Dorsetshire finirono il lavoro. Verso le 10:36 la Bismarck non esisteva più.
Le ultime dodici ore della sua vita sono state dodici ore da fantasma, dove le condizioni materiali e le prospettive di sfuggire a quella caccia erano state compromesse dall’avvistamento e dall’ingaggio da parte della Piorun. Un piccolo cacciatorpediniere che sfida la realtà prendendo l’unica precauzione di presentarsi come la nave da guerra di un paese invaso e sconfitto. Come a dire “stasera il Polo Nord tocca il Polo Sud, e domani per pranzo una di queste due navi è sul fondo dell’oceano”. Considerando che a quella che ancora galleggiava è toccato il rancio dell’esercito britannico, non so a chi è andata meglio.
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